da Achille a Zoe


Il sito dell’Istat ha una pagina dedicata alle statistiche sui nomi dei bambini nati negli anni più recenti, che riporta l’elenco di quelli più diffusi e, una volta selezionato un singolo nome, visualizza il numero dei bambini che hanno avuto quel nome in ciascuno dei quasi ultimi vent’anni e il relativo grafico. Un servizio utile ai curiosi di onomastica e forse anche ai futuri genitori che sono indecisi sul nome da scegliere.

Quando l’ho vista per la prima volta ho pensato che sarebbe stato interessante usarne i dati per costrire una panoramica più generale, che permettesse per esempio di confrontare l’evoluzione nel tempo della popolarità di due o più nomi, o di evidenziare quelli che nel corso degli anni sono diventati più di moda, o sono caduti in disuso.

Il contatore dell’Istat è limitato ai 50 nomi più frequenti ma intervenendo sul codice della pagina è possibile ottenere i dati relativi a tutti i nomi assegnati ai nuovi nati, anche quelli meno usati.

Così, dopo avere scaricato, riordinato e rielaborato tutti i dati disponibili, e dopo avere testato diversi modelli grafici, mi sono concentrato su una particolare rappresentazione visuale, che ho finalmente terminato di implementare.
La figura nell’immagine qui sotto ne offre un’istantanea, anche se per apprezzarne l’interattività conviene provare l’applicazione dal vivo disponibile a questa pagina.

attenti al divario

Il rapporto dell’organizzazione [Oxfam:] Continua a crescere la disuguaglianze economica, salariale e di accesso al mercato del lavoro tra uomini e donne e il distacco è così ampio che per invertire l’attuale trend servirebbero ancora 170 anni, 52 in più rispetto a un anno [fa].

da la Repubblica, 8 marzo 2017
Come tante altre volte occorre fare un po’ di chiarezza sul titolo. Il divario tra le condizioni salariali di uomini e donne non si misura in anni, all’origine. Sarebbe come dire che le donne vivono in media 2000 litri d’acqua consumati in più degli uomini, o che la loro sottorappresentazione nei livelli politici apicali rispetto agli uomini vale 10mila chilometri annuali in meno per visite di stato.

Ma i fraintendimenti non finiscono qui. Innanzitutto non si capisce come sia possibile invertire l’attuale trend se la disuguaglianza continua a crescere. In secondo luogo, il fatto che da un anno al successivo una stima numerica subisca una variazione di quasi la metà del suo valore (perché 170-52=118 e 52/118 ~ 44%) fa sorgere qualche perplessità sulla sua attendibilità e più in generale sul suo impiego.

Fortunatamente la lettura dell’introduzione del documento “Un’economia che funziona per le donne” consultabile sul sito dell’organizzazione Oxfam chiarisce ogni dubbio.

i risparmi di una breve vita

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cortesia di John

“I percettori di prestazioni previdenziali più generose hanno un tasso di mortalità più basso: di questo bisognerebbe tener conto per eventuali interventi perequativi”. Lo ha affermato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, intervenendo alla presentazione dello studio dell’Ordine degli Attuari La mortalità dei percettori di rendita in Italia. Secondo Boeri, i dati, mostrando che le persone con pensioni più alte vivono più a lungo, rafforzano l’idea che “interventi perequativi potrebbero essere fonti di risparmio non irrilevante” e avrebbero un impatto sul sistema pensionistico “ancora più forte”.

“Allucinanti le dichiarazioni del presidente dell’Inps, Tito Boeri […]”, afferma in una nota Romano Bellissima, segretario generale della Uil Pensionati. “Evidentemente […] nei pensieri del presidente c’è anche il desiderio del doppio risparmio: ridurre le pensioni, così il pensionato prende meno, vive meno a lungo, quindi meno rate di pensione da erogare.”

da il Giornale del 14 dicembre 2016

L’intervento del presidente dell’Inps a un convegno dell’Ordine degli Attuari appena presentato a Roma hanno suscitato forti reazioni verbali, alcune sopra le righe (Nemmeno Goebbels, titola Blitz Quotidiano).

In realtà dall’una e dall’altra parte c’è stata una forzatura, anche se di tipo diverso.

lo stato delle cos(t)e

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cortesia di Marine Litter

Ogni 54 chilometri di coste italiane c’è un punto inquinato. Lo dice Goletta Verde 2016, la storica campagna estiva di Legambiente […] i cui risultati sono stati presentati oggi a Roma. Dei 265 punti monitorati dal laboratorio mobile, uno ogni 28 chilometri di costa, il 52% è risultato inquinato o fortemente inquinato.

da la Repubblica, 12 agosto 2016

I risultati principali del bilancio del monitoraggio effettuato quest’anno da Goletta Verde, la storica imbarcazione di Legambiente, meritano qualche osservazione, o meglio, avvertenza sulla loro interpretazione.

Cosa significa un punto inquinato ogni 54 chilometri di costa. Partiamo inanzitutto dal calcolo effettuato per ricavare tale dato. La lunghezza complessiva delle coste italiane, pari a 7458 chilometri, è rapportata al numero dei campioni di acqua risultati inquinati, 138, ovvero il 52% dei 265 raccolti in differenti luoghi lungo la navigazione. Quindi in media è stato rilevato un campione inquinato ogni 7458 : 138 = 54 chilometri.
Va notato che tale valore è un indicatore che sintetizza l’attività svolta da Goletta Verde, e non si riferisce alle coste italiane nella loro interezza, dal momento che Goletta Verde non ha effettuato un vero e proprio censimento, prelevando campioni d’acqua chilometro dopo chilometro lungo la sua circumnavigazione d’Italia, ma solo in 265 punti prestabiliti.

insomma un miliardo

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il Dito di Piazza Affari, cortesia di Lorenzo Gaudenzi

La media di Trilussa dice che la capitalizzazione dei titoli bergamaschi quotati a Piazza Affari in un anno, dal 30 giugno 2015 a ieri, è diminuita di un miliardo.

Ma è appunto la media di Trilussa. Infatti, per una Brembo che è salita di 720 milioni, c’è Ubi che è tracollata di 4,1 miliardi.

L’Eco di Bergamo, 2 luglio 2016

In base ai dati forniti dalla Borsa Italiana, ho ricostruito (pur con qualche differenza rispetto ai dati citati nell’articolo) la situazione dei titoli considerati.

titolo capitalizzazione
in € 30/06/2016
variazione %
30/06/2015-30/06/2016
capitalizzazione
in € 30/06/2015
variazione assoluta in €
30/06/2015-30/06/2016
agronomia 978.250 -93,29% 14.578.987 -13.600.737
brembo 3.275.516.813 32,63% 2.469.665.093 805.851.720
italcementi 3.673.349.596 75,85% 2.088.910.774 1.584.438.822
ivs 319.235.140 16,44% 274.162.779 45.072.361
tenaris 14.988.685.862 6,81% 14.033.036.103 955.649.759
tesmec 49.601.309 -29,87% 70.727.661 -21.126.352
ubi 2.332.192.332 -65,25% 6.711.344.840 -4.379.152.508
totali 24.639.559.302 -3,99% 25.662.426.238 -1.022.866.936

Il riferimento alla media di Trilussa non è solo ardito ma anche azzardato. Perché le variazioni assolute delle capitalizzazioni possono assumere valori positivi e negativi; perché sarebbe più opportuno considerare le variazioni percentuali invece di quelle assolute. Ma soprattutto perché il miliardo perso dalle sette aziende bergamasche nell’ultimo anno non è la media ma la somma delle variazioni nella loro capitalizzazione. Insomma, insieme tutte e sette hanno perso complessivamente un miliardo, e non mediamente un miliardo ciascuna di esse.

brutti vecchi e cattivi

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Questa tabella, di cui non sono stato in grado di risalire all’originale, è stata forse la più pubblicata sui social media tra i commenti a caldo sull’esito del referendum per la permanenza o l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Parto subito con un paio constatazioni. Il paese sulla questione dell’appartenenza alla UE è spaccato a metà: poco più del 50% dei votanti da una parte, poco meno del 50% dall’altra. Secondo i principali sondaggi, i giovani si sarebbero schierati in maggioranza per la permanenza nella UE, gli anziani per l’uscita.

Detto questo, è mia personale convinzione che leggere il risultato del voto esclusivamente nei termini della componente demografica è scorretto, e delegittimarlo in virtù di questa lettura (dipingendo gli anziani come un corpo compatto di zotici egoisti e i giovani un corpo compatto di povere vittime cui viene rubato il futuro) è disonesto e odioso.

Come mostrano diverse analisi, ci sono altri fattori che risultano correlati all’esito del voto: il tasso differenziale di astensione rispetto all’età, il livello di istruzione, il livello di reddito, il grado di urbanizzazione, la nazionalità. Ma c’è chi se ne serve per tratteggiare un quadro a tinte ancora più fosche: a favore del brexit avrebbero votato anziani, campagnoli, incolti e con un basso livello di reddito. Una semplificazione che dimentica, o fa finta di dimenticare, che l’astensione è stata più alta proprio laddove l’elettorato era mediamente più giovane e che pure smentisce chi contrappone giovani sofferenti ad anziani benestanti.

quando un titolo fa la differenza

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tratto da Mani che disegnano, M.C. Escher

Il segreto per vivere più a lungo? Prendere una laurea.

la Repubblica, 27 aprile 2016

Quanti hanno lasciato gli studi universitari, qualunque fosse il motivo, giusto o sbagliato, è bene che ci ripensino e corrano a ri-iscriversi nell’ateneo di fiducia. A maggior ragione devono farlo speditamente coloro che hanno alzato le spalle, stufi o sfiducia, in dirittura di arrivo. […] L’importante è riprendere da dove si è lasciato il corso di studi. Per quale ragione? La risposta ce l’ha appena data l’Istat, la statistica, che pure è un calcolo delle probabilità, non lascia dubbi: quanti hanno conseguito il diploma di laurea vivono cinque anni e due mesi in più rispetto agli altri se sono di sesso maschile, due anni e sette mesi in più se sono di sesso femminile.

SiciliaInformazioni, 28 aprile 2016

Nessuno si sognerebbe di dire seriamente che le cicogne portano i bambini.

Eppure, come ricorda l’ultima edizione cartacea di Focus, fino a cent’anni fa era normale vedere una cicogna sui tetti delle case dove era appena nato un bambino. Succedeva infatti che d’inverno le cicogne nidificavano accanto ai camini che stavano accesi a lungo per far stare al caldo i neonati.

Ancora, il mio relatore di tesi amava ricordare che durante gli anni sessanta nella regione di Strasburgo, dove lavorava in un centro di ricerca della Comunità Europea, alla progressiva riduzione del numero delle cicogne corrispondeva un contestuale calo della natalità. Entrambi i fenomeni erano dovuti al processo di industrializzazione della zona, che da un lato con la costruzione di fabbriche e il conseguente ampliarsi dei centri urbani privava le cicogne di una parte crescente del loro habitat naturale, e dall’altro, favorendo l’inserimento delle donne nel mondo lavorativo, contribuiva al diffondersi di scelte famigliari meno prolifiche.

sui numeri del rifiuto e sul rifiuto dei numeri

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cortesia di Fotomovimiento

Testa o croce: chi si giocherebbe vita o morte con una chance su quattro lanci di monetina? Nessuno sano di mente. E forse anche ben pochi di coloro che pure concionano di immigrazione […] per sostenere che, siccome solo una parte degli stranieri che chiedono asilo se lo vede riconoscere [in] primo grado, allora ciò starebbe a significare che solo una piccola parte di chi arriva in Italia fugge davvero dalla guerra; che tutti gli altri sarebbero migranti economici e come tali dovrebbero essere rimandati nei loro Paesi perché non meritevoli di protezione internazionale.

[…] Si sottovaluta, intanto, che la tendenza statistica è già tutt’altro che “buonista”, poiché, se crescono le domande d’asilo esaminate dalle Commissioni (da 36.000 nel 2014 a 71.000 nel 2015), crescono anche le bocciature dal 36,2% al 52,6% delle istanze.

[…] E poi soprattutto si fa finta di non vedere che in una sede come ad esempio il Tribunale di Milano, che nel 2016 sta già viaggiando al ritmo-record di 400 ricorsi al mese […], nel 2015 per ben il 27% sono stati accolti. Vuol dire che più di una volta su quattro c’era una persona che, a dispetto del primo “no” ricevuto alla sua richiesta di asilo, aveva invece tutti i motivi per ottenere protezione internazionale […].

da Il Corriere della Sera, 23 aprile 2016

Sull’immigrazione, così come su tanti altri argomenti di attualità e non, si fronteggiano opinioni diverse quando non opposte. Spesso da una parte e dall’altra si citano cifre a sostegno della propria posizione, ma non sempre i numeri convincono della bontà degli argomenti.

Come nel caso in esame. Perché le statistiche citate nell’articolo sono compatibili sia con la tesi dell’autore che con la tesi contraria, e dunque il loro valore dimostrativo è pressoché nullo.

Il dato essenziale è l’aumento della percentuale delle domande di asilo rigettate passando dal 2014 al 2015.

campione non solo d’inverno, forse

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cortesia di Antonio Fucito

Significa qualcosa essere “campioni d’inverno” della Serie A?

da il Post, 11 gennaio 2016

Per rispondere alla domanda con cui è titolato l’articolo a il Post hanno scorso la serie storica degli ultimi trenta campionati di serie A contando quante volte la squadra al comando della classifica nel girone d’andata ha terminato in testa anche il girone di ritorno, vincendo così il campionato.

Credo che il valore di simili precedenti sia pressoché nullo. Ogni campionato fa storia a sé, la condizione fisica, psicologica e la situazione ambientale delle squadre di questo campionato sono molto diverse non solo da quelle di dieci anni fa ma anche da quelle dello scorso anno, e il fatto che nel passato ci siano state rimonte riuscite, fallite e/o corse solitarie poco o nulla dice sulla probabilità che si verifichino oggi o in un dato campionato futuro. L’unica evidente indicazione fornita dal titolo di campione d’inverno è che, come in tutti i tornei, chi si trova in testa a metà percorso è avvantaggiato perché gli avversari per superarlo sono ovviamente obbligati ad avere un ritmo superiore per recuperare i punti di scarto.

le scuole buone

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Le famiglie interessate a conoscere il prevedibile futuro universitario dei propri figli scoprono che, mentre in Lombardia il 24% dei diplomati in Scienze Umane non si iscrivono all’Università, al Vico sono solo il 17%.
L’esito degli studi al termine del primo anno mostra che il 58% dei ragazzi del Vico supera il primo anno, contro il 62% della Lombardia. A prima vista questo 4% in meno di passaggi al secondo anno sembra un dato negativo. Considerando però che gli iscritti provenienti dal Vico sono il 7% in più della media lombarda, questo dato mostra in realtà che i successi al primo anno sono per il 3% maggiori al Vico rispetto alla Lombardia.

dal portale BlastingNews, 3 dicembre 2015

Ho scoperto leggendo l’articolo Scegliere la scuola superiore per i propri figli dell’esistenza del portale Eduscopio che mette a confronto più di 4.000 scuole superiori di tutta Italia secondo diversi indicatori: media dei voti degli esami di maturità, percentuale di accesso agli studi universitari divisi per facoltà, tasso di successo nel primo anno di studi universitari.