confusione a centro classifica

Da Repubblica.it del 3 dicembre 2013, a proposito del nuovo rapporto 2013 di Trasparency International sulla corruzione negli stati del mondo:

Male l’Italia che è al 69mo posto (in una scala discendente che analizza 177 paesi del mondo), cioè a un piazzamento che Roma condivide con la Romania e il Kuwait.

L’Italia migliora comunque di tre posizioni rispetto all’anno scorso.

Accostare il nome dell’Italia a quello di altri paesi, poco o molto lontani, sia geograficamente che culturalmente, ma accomunati dallo stesso livello di un fenomeno: ecco un commento di sicura efficacia.

Tuttavia, al di là della mera natura curiosa del dato, la maggior parte delle volte il contesto, cioè la compilazione di una classifica mondiale sugli argomenti più disparati, deve essere letto cum grano salis. Come in questo caso, che tratta della corruzione negli stati del mondo.

Innanzitutto, perché non viene misurato il livello di corruzione, ma il livello della corruzione nella pubblica amministrazione percepita dai cittadini, come spiega anche l’organizzazione che ha realizzato la ricerca: del resto, non sarebbe possibile, sulla base di dati e informazioni ufficiali, fornire una stima attendibile dell’entità di un fenomeno sotterraneo e sfuggente quale la corruzione. Lo strumento usato per quantificare il livello di ciascun singolo paese e costruire la relativa classifica, il CPI o Corruption Preceptions Index, è costruito sulla base di sondaggi e valutazioni ad hoc. Insomma, uno strumento mirato, ma arbitrario e certo molto opinabile oltre che di attendibilità tutta da verificare.

In secondo luogo di solito la posizione in classifica fornisce indicazioni meno precise dell’effettivo punteggio ottenuto, soprattutto se si confronta il dato anno per anno. Tanto per capirci, il CPI va da zero, livello di massima corruzione, a cento, livello di massima trasparenza. L’Italia ha un punteggio di 43 ed è 69esima in classifica. Come si vede nel grafico sottostante, l’Italia si trova in una fascia di punteggi abbastanza affollata, dove per effetto di qualche errore di misurazione, sempre presente e mai eliminabile, è facile salire o scendere di qualche posizione. Per lo stesso motivo non significa granché dire che rispetto all’anno precedente l’Italia ha scalato tre posti in graduatoria.


In effetti anche per il punteggio la posizione dell’Italia sarebbe migliorata rispetto all’anno precedente, passando da 42 a 43. Ma si tratta comunque di un miglioramento del tutto effimero. Come suggerisce la tabella di dati pubblicata da Transparency International stessa, l’intervallo di confidenza (cioè la forchetta dentro la quale è plausibile collocare il punteggio effettivo, tenuto conto degli errori di misurazione) va da 39 a 47.

Dunque, sia per quanto riguarda il punteggio che per quanto riguarda la posizione in graduatoria dell’Italia le variazioni rispetto all’anno precedente sono da considerarsi puramente fisiologiche e senza un effettivo e concreto significato. E purtuttavia, paradossalmente, secondo l’articolo di Repubblica la Presidente di Transparency International Italia non è stupita della leggera inversione di tendenza perché “si sono compiuti molti sforzi strutturali per migliorare la trasparenza e l’integrità del settore pubblico, a partire dal decreto 150, fino alla legge anticorruzione 190 e agli ultimi decreti sulla trasparenza e l’accesso civico”.

Mi viene da azzardare che se il punteggio dell’Italia fosse calato di un punto anziché essere aumentato si sarebbe trovata una spiegazione apparentemente altrettanto plausibile: per esempio facendo riferimento ai casi di peculato di Fioroni e Lusi, e alla vicenda dell’Ilva con gli episodi di corruzione a essa legati.

Ho già cercato di spiegarlo in più occasioni: una volta osservato un certo risultato, c’è la tentazione di interpretarlo in base a qualche spiegazione, seppure ragionevole, come se si trattasse di un fatto necessario, e dimenticando invece che tante misurazioni, tanti eventi, sono, in più o meno larga parte, il frutto di oscillazioni puramente casuali. Ecco perché le analisi a posteriori sono da considerare con cautela e spirito critico: rischiano di attribuire significati inesistenti a variazioni del tutto ordinarie.

Un pensiero su “confusione a centro classifica

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