il sacco-mannaro di Roma

A proposito delle prossime privatizzazioni del governo Letta-Saccomanni:

  • il giudizio sintetico di Giulio Sapelli su ilSussidiario.net:

    Cercare di fare passare l’idea che le privatizzazioni attuate dal governo Letta siano sufficienti per ridurre il debito pubblico è soltanto una presa in giro. L’Italia ha un debito pubblico da 2mila miliardi, e 12 miliardi non sono certo sufficienti a cambiare le cose.

  • e quello di Mario Seminerio su phastidio.net:

    Eni, ai prezzi attuali, ha un dividend yield del 6%. Il che vuol dire che, se confermato, il Tesoro non incasserà più dividendi per una somma che possiamo stimare sui 120 milioni di euro annui. Se quei due miliardi andranno ad abbattere il debito pubblico, però, avremo minori interessi passivi da pagare. Sapendo che il costo medio del debito pubblico italiano è di circa il 4,5%, ciò significa che risparmieremo 90 milioni annui. L’operazione pare concludersi con un saldo annuo negativo (cioè deficit) per 30 milioni di euro, ma sicuramente ci sfugge qualcosa.

Questi gli asettici numeri, che già da soli dicono tutto come meritoriamente evidenziato nelle due citazioni. Ma la realtà è ancora più tragica. Qui non si tratta di (s)vendere malamente i “gioielli di famiglia” come qualcuno a sproposito li chiama, ma di (s)vendere sciaguratamente quelli che per un artigiano sarebbero gli indispensabili attrezzi di lavoro. Ci si disfa delle aziende italiane più in vista nei settori più avanzati e strategici, quelle che fino a oggi avevano fatto contare l’Italia sul piano internazionale dal punto di vista industriale ed energetico. Così si rinuncia a partecipare attivamente alle sfide economiche e geopolitiche del futuro, subendo l’aggressività degli altri attori e condannando il paese, mentre si ciancia di crescita, a un mesto e inevitabile declino.

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