l’orientale ovvero la padella col buco

cortesia di IlSistemone

Guido Trombetti su La Repubblica del 15 luglio si lamenta dei risultati poco lusinghieri ottenuti dalle università campane nella recente classifica stilata dal Censis, incappando tuttavia in diverse incongruenze.

Ecco le sue due premesse.

Sui fattori che vengono considerati per scegliere un ateneo piuttosto che un altro:

Nello scegliere l’università i ragazzi, e le loro famiglie, adoperano i più disparati criteri. Certamente la fama degli atenei. Ma anche le esperienze spicciole narrate da amici e parenti. Certamente incidono i costi necessari a frequentarne uno lontano piuttosto che uno vicino. Ma anche il fascino di nuove esperienze di vita. Come conta la qualità delle strutture e dei servizi. E, ma invero poco, la qualità del corpo docente.

Sulla valenza delle classifiche degli atenei.

Infine incombe sulle scelte la foresta di classifiche in circolazione. Ce ne sono in giro molte. Alcune serie. Altre meno. I parametri scelti per stilarle variano. E con essi i risultati. Per cui l’unico valore che si può riconoscere è quello di una indicazione di massima.

Poi così prosegue.

Pochi giorni orsono ecco le classifiche Censis. Con le università campane collocate, con l’eccezione di Salerno, agli ultimi posti.
[…] la ricerca, e quindi il corpo docente, nelle classifiche Censis non intervengono. Ma si può dimenticare la ricerca, un aspetto di importanza fondamentale, nel valutare un ateneo?

Ciò rientra nella libertà di scegliere i parametri in base ai quali stilare una classifica, in accordo con la seconda premessa dell’autore. Azzardato sostenere che sia poco serio; piuttosto, si può affermare che la classifica del Censis non interpreti bene il punto di vista di un accademico ma interpreti bene quello delle famiglie degli studenti, dal momento che condivide gli stessi criteri di valutazione, come indicato nella prima premessa dell’autore. Infatti:

Gli indicatori utilizzati sono infatti : 1) Servizi erogati (pasti, alloggi…); 2) Borse di studio; 3) Strutture (posti aule, biblioteche, laboratori); 4) Comunicazione e servizi digitali; 5) Internazionalizzazione; 6) Occupabilità ( cioè laureati occupati ad un anno dalla laurea).

A questo punto la critica si sposta dagli indicatori “dimenticati” a quelli scelti:

[…] certamente almeno tre degli indicatori utilizzati (borse, servizi, e in larga parte l’occupabilità) sono legati a dati di contesto territoriali. Sui quali i singoli atenei poco o nulla possono incidere.

Mi metto a giocare con i numeri. Trasporto l’Orientale, ultimo tra gli atenei medi, in Trentino. E gli assegno i punteggi per servizi, borse e occupabilità dell’università di Trento. Ebbene L’Orientale, fa un balzo in avanti di sei posizioni.

Risultato scontato, frutto di un’operazione scorretta. Si prende l’ultima in classifica e le si assegnano dei punteggi della prima in classifica in base a presunti svantaggi immeritati, come se la cosa non riguardasse anche gli altri soggetti in classifica! La sostituzione dei punteggi andrebbe fatta per tutti gli atenei, non solo per quella di interesse. O, il che è equivalente, andrebbero eliminati i corrispondenti indicatori. Io l’ho fatto, in base ai dati pubblicati dal Censis, e L’Orientale (Università di Napoli) continua a essere l’ultima della sua categoria.
Quindi anche in base agli indicatori che non hanno suscitato obiezione il risultato è davvero desolante.

Voglio soltanto ricordare che la qualità, come la bellezza, è impossibile da misurare con il calibro di precisione. E che dei numeri decimali ricavati utilizzando alcuni parametri sono totalmente inadeguati a descrivere la complessità che caratterizza il mondo della formazione universitaria. E più in generale il mondo della cultura. […] A me pare allucinante esporre un giudizio sommario derivato da medie e statistiche di discutibili indicatori.

Trovo molto curioso questo rifiuto totale dei metodi di misurazione quantitativa (la cui sommarietà e arbitrarietà riconosco pure io) applicata al mondo accademico quando nello stesso mondo accademico sia gli studenti nel loro percorso di studi (coi voti degli esami e della tesi) che i professori (coi pesi delle pubblicazioni) vengono valutati secondo precisi indicatori numerici.
Incidentalmente, il sito dell’Università L’orientale in questi giorni pubblicizza con grande rilievo sulla sua home page il buon piazzamento ottenuto nella classifica Europe Teaching Rankings 2019.

Ricapitolando: prima si afferma che le classifiche forniscono solo indicazioni di massima; poi si obietta sugli indicatori tralasciati; poi su quelli inseriti ma che sarebbe stato più giusto tralasciare; poi si valutano del tutto impropriamente quelli inseriti che si conviene non siano stati tralasciati; e per concludere se ne rifiuta in toto l’uso.

E così m’è tornata alla mente una storiella che ho letto tanti anni fa in un libro di Sigmund Freud. Un tizio torna a casa e sua moglie gli mostra la padella che aveva prestato al vicino e che questi le ha appena restituito con un buco sul fondo. Allora va a protestare dal vicino, il quale gli risponde: “Primo, tu non mi hai mai prestato nessuna padella. Secondo, quando me l’hai prestata aveva già il buco. Terzo, quando te l’ho restituita il buco non c’era.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.