fuga dalla sosta

cortesia di shuets udono

Dai risultati della ricerca, condotta su un campione di 1.220 persone di tutta la penisola con un’età compresa tra i 18 e i 74 anni, è emerso che il 17,7% degli italiani con patente di guida, cioè circa 7,7 milioni di automobilisti, ha danneggiato almeno una volta un veicolo in sosta.

Ma ciò che più colpisce è la scorrettezza: dall’indagine emerge infatti che 1,3 milioni di automobilisti hanno preferito andar via senza lasciare alcun recapito, anziché lasciare il classico bigliettino lasciato sul parabrezza. A conti fatti, parliamo del 16,5% di chi ha dichiarato di aver danneggiato un’auto in sosta.

da quattroruote.it del 24 giugno 2019

Qualcuno potrebbe chiedersi: come si fa a intervistare poco più di un migliaio di persone e a concludere che gli automobilisti che hanno avuto un certo comportamento sono diversi milioni?

Nel caso in esame c’è un numero non dichiarato che spiega la prima cifra assoluta: 43,5 milioni di automobilisti nella fascia d’età considerata; numero ricavato, presumibilmente, dagli archivi della motorizzazione civile. Applicando a questa cifra la percentuale rilevata tra gli intervistati, si ottiene per l’appunto 43,5*17,7% = 7,7 milioni, che rappresenta la stima del numero complessivo di automobilisti italiani che avrebbero vissuto lo stesso genere di episodi di quelli intervistati. Analogamente, gli 1,3 milioni di automobilisti scorretti si ottengono applicando la percentuale del 16,5% ai 7,7 milioni precedenti.

E’ legittimo fare una simile proporzione?

Sì, certamente, se si assume che il campione, cioè l’insieme degli intervistati, sia rappresentativo dell’intera popolazione da cui sono stati selezionati, cioè che la composizione degli intervistati, rispetto alle caratteristiche d’interesse, riproduca quella dell’intera popolazione cui appartengono, anche se è molto più grande. Tutte le indagini campionarie professionali sono eseguite con criteri tesi, almeno in teoria, a garantire la rappresentatività del campione, a meno di un margine di errore che diminuisce al crescere del numero degli intervistati, e che sopra le mille unità si può considerare comunque trascurabile.

E’ attendibile il dato percentuale sui comportamenti scorretti?

Solo qualora tutti gli intervistati abbiano risposto sinceramente. Ma in questo caso come in altri, dove sono oggetto d’indagine argomenti sensibili (come per esempio le idee politiche in senso lato, le abitudini intime, i comportamenti considerati socialmente riprovevoli), è da mettere in conto che il desiderio di apparire rispettosi delle norme civili o la paura di rivelare condotte ad esse contrarie abbiano spinto a dare una risposta di comodo, se le interviste non si sono svolte in modo totalmente anonimo. Ecco perché anziché titolare la notizia Un automobilista su sei scappa sarebbe stato più corretto scrivere Un automobilista su sei dichiara di scappare

Davvero non si può dire nulla di più?

Esistono delle particolari tecniche di somministrazione delle interviste finalizzate a eliminare o quantomeno ridurre le distorsioni derivanti da risposte non veritiere. In questa specifica indagine però sarebbe possibile ottenere una stima percentuale dell’attendibilità delle risposte: è sufficiente osservare che in ogni danneggiamento c’è un soggetto attivo (il danneggiante) e uno passivo (il danneggiato). Stando a quanto riporta l’articolo citato la ricerca ha considerato solo i ruoli attivi. Diversamente, a ogni automobilista si sarebbe potuto chiedere, distintamente, se era stato 1) autore o 2) vittima di un danneggiamento e in tali casi se le parti si erano comportate correttamente. Se tutte le risposte fossero credibili, il numero delle risposte affermative come autori dovrebbe coincidere con il numero delle risposte affermative come vittime, mentre un’eventuale differenza fornirebbe una misura dell’attendibilità delle risposte, corrispondendo alla percentuale di coloro che non hanno detto la verità (consapevolmente o meno). Facciamo un esempio. Se il 15% delle persone che hanno provocato un danneggiamento dichiara di essere scappato, mentre contemporaneamente il 30% delle persone che hanno subito un danneggiamento dichiara che l’autore è scappato, è evidente che in un caso su due le risposte fornite non sono credibili.

Certo la soluzione è stata esposta in maniera molto semplicistica. Innanzitutto essa presuppone una rilevazione censuaria (cioè svolta su tutti gli automobilisti italiani) anziché una indagine campionaria ma, come detto in precedenza, il numero di persone intervistate nell’ordine del migliaio rende l’errore campionario trascurabile. In secondo luogo, l’indagine non ha considerato ogni singolo episodio di danneggiamento di ciascun intervistato, ma ha rilevato più semplicemente se questo tipo di incidente fosse capitato loro almeno una volta. In altre parole, se ci sono degli automobilisti che in passato sono rimasti vittime (o sono stati autori) di più episodi, la coincidenza tra il numero di segnalazioni “attive” e quello delle segnalazioni “passive” viene a mancare, perché per esempio al caso di un automobilista che ha subito (dunque un caso “passivo”) tre danneggiamenti corrispondono tre autori di tali danneggiamenti (e dunque tre casi “attivi”). Per limitare l’incidenza di queste situazioni si può chiedere agli intervistati di indicare cosa è successo solo nei casi di danneggiamento occorsi, per esempio, nell’ultimo anno; in un arco di tempo, cioè, in cui sia difficile che un simile episodio occorra più di una volta. Ciò non annulla del tutto l’errore nelle stima delle percentuali, ma la riduce comunque a un livello largamente accettabile.

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