essere pari o essere alla pari, questo non è il problema

Dall’Articolo 2 della nuova legge elettorale presentata alla Camera:

A pena di inammissibilità nel complesso delle candidature circoscrizionali di ciascuna lista il numero dei candidati deve essere pari.

Se siete rimasti perplessi di fronte alla stranezza o, peggio, assurdità di una simile regola, calma: sappiate che tutto ha una spiegazione.

Prima di tutto devo fare una confessione: il testo dell’articolo citato è una mia invenzione.

In secondo luogo però devo fare una precisazione: non si tratta di una invenzione del tutto campata per aria (a parte il numero dell’articolo che ho scelto in maniera del tutto non casuale), ma di una semplice, sebbene provocatoria, rilettura delle norme contenute nella nuova legge elettorale.

Vediamo il perché, ricordando cosa stabilisce il disegno di legge:

Quote rosa. “A pena di inammissibilità nel complesso delle candidature circoscrizionali di ciascuna lista nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al 50 per cento con arrotondamento all’unità inferiore e nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali non possono esservi più di due candidati consecutivi del medesimo genere”.

Numero candidati. In ogni collegio plurinominale “è assegnato un numero di seggi non inferiore a tre e non superiore a sei” e ciascuna lista non può essere formata da un numero di candidati superiore ai seggi assegnati. Lo stabilisce la bozza di legge elettorale. E prevede che sulla scheda ci siano il simbolo di lista, insieme a nome e cognome dei candidati.

Se non ho scorso troppo velocemente l’elenco delle 27 circoscrizioni elettorali in cui è suddiviso il territorio nazionale, tutte eleggono meno di 50 deputati e quindi, sulla base del secondo capoverso, tutte devono registrare meno di 50 candidati per ciascuna lista. Ma in ogni numero dispari inferiore a 50, analogamente a un altro caso che ho già avuto modo di illustrare, qualunque ripartizione, anche la più onesta, da luogo a uno sbilanciamento superiore all’1%: per esempio, se su 49 candidati ci sono 25 uomini e 24 donne la percentuale degli uomini è del 25/49=51.02%, che arrotondato all’unità percentuale inferiore diventa il 51%. Valore che il primo capoverso considera motivo di inammissibilità nel complesso delle candidature.

Da qui la necessità di avere un numero di candidati pari. Se una lista ha cinque (o sette, o undici) candidati, si scordi di potersi presentare alle elezioni: la cosa è inammissibile. A meno di rispedire a casa uno dei candidati, o di trovare un prestanome, uomo o donna che sia, con l’unico scopo di pareggiare i conteggi.

A qualcuno può sembrare una stranezza, a qualcun altro una semplice curiosità. A me pare invece la dimostrazione dell’idiozia del politicamente corretto a tutti i costi, della rincorsa spasmodica a un formalismo delle regole che prescinde totalmente dalla rilevanza dei contenuti.

Perché, a fronte di un vincolo così stringente come quello richiesto (quote di genere ancorate al 50% con arrotondamento all’unità inferiore) si trovano facilmente degli escamotage per aggirare il principio (la parità di genere) da garantire: come fa notare Luciano Violante in una lettera al Corriere della Sera, basta proporre più uomini nei collegi in cui si è favorati e più donne nei collegi dove si è sfavoriti.

Ma, aspetto ben più importante, perché una imposta parità di genere non garantisce in alcun modo una migliore selezione dei candidati. L’unico criterio da considerare dovrebbe essere quello della capacità, e non quello del sesso. Invece, nel caso, nemmeno tanto inverosimile, in cui il numero dei potenziali candidati capaci di genere maschile fosse sensibilmente più alto diverso rispetto al numero di quelli di genere femminile (o viceversa) e si sanasse la differenza trovando altri candidati meno validi da mettere in lista, si otterrebbe il risultato di imporre la mediocrità per legge. Lo stesso discorso si può fare a monte per la legge elettorale: non è una nuova legge che può garantire una maggiore governabilità, ma una classe politica più decisa e meno inconsistente.

D’altra parte, proviamo a immaginare che una nuova norma obblighi il commissario tecnico della nazionale di calcio a convocare per il mondiale undici giocatori del centro-nord e undici del centro-sud per fugare ogni possibile voce di discriminazione geografica. Personalmente mi aspetterei che tuonasse contro una simile idiozia (almeno Pescante penso lo farebbe, salvo poi essere costretto a scusarsi il giorno dopo).

Ma invece di mettere in dubbio il metodo, Violante propone degli ulteriori vincoli, come la parità di genere a livello di collegio o nel numero dei capilista. L’apoteosi, vuota e inconsistente, del politicamente corretto.

Un po’ come se al commissario tecnico della nazionale di calcio venisse imposto di convocare un calciatore del nord e uno del sud per ogni ruolo: un portiere vicentino e uno palermitano, un centravanti torinese e uno napoletano, e così via.

Insomma, la discussione politica si concentra su aspetti del tutto insignificanti ma raccoglie una smisurata attenzione da parte di notiziari e commentatori. Come si usa dire, triste ma vero.

Mi viene in mente una domanda posta su Quora poco tempo fa: negli scacchi, è razzista lasciare al bianco anziché al nero la prima mossa? e una risposta godibilissima: più che altro, sembra un gioco femminista, dal momento che il pezzo più potente è la regina mentre il re pare una carica onoraria…

P.S.: Il testo di legge che ho letto oggi riporta una locuzione diversa: A pena di inammissibilità, nel complesso delle candidature circoscrizionali di ciascuna lista nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al cinquanta per cento, con arrotondamento all’unità superiore. Se non ho capito male, in questa nuova formulazione, dato che il 50,00001% verrebbe arrotondato a 51%, sarebbero fuorilegge tutti i numeri dispari di candidati, non solo quelli inferiori a 50. Mah!

Un pensiero su “essere pari o essere alla pari, questo non è il problema

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